28 marzo 1944 - nr. 2 Lightning P-38 del 1st Fighter Group - Ravenna

Il testo che segue è tratto dall'opera di Nino Arena "L'Aeronautica Nazionale Repubblicana": “(...) Il 28 marzo, ventunesimo anniversario della costituzione dell'Aeronautica italiana, fu un altro giorno di vittorie per i piloti del 1° Gruppo. Fin dalle prime ore del mattino il gruppo era in volo per intercettare formazioni di bombardieri pesanti, avvistate un po' dappertutto. All'alba la pattuglia di primo allarme, decollata su segnalazione radar, aveva iniziato la giornata inseguendo e abbattendo un ricognitore fotografico in volo nel Golfo di Trieste. Qualche ora più tardi l'intero Gruppo partiva su allarme diretto verso il Polesine dove erano state segnalate formazioni di B-17 e B-24 in volo. Il decollo avveniva alle ore 11 con la partecipazione di cinquantatre Mc.205. Il primo scontro avvenne all'altezza delle paludi di Comacchio, mentre la formazione nemica si scindeva in due distinti gruppi diretti uno a nord e l'altro a nord-est. Visconti frazionò anch'egli le sue squadriglie preparandole per l'attacco in due direzioni. I comandanti Robetto, Guidi e Salamini si portarono con le loro squadriglie verso la caccia di scorta, Visconti guidò il nucleo comando all'attacco dei bombardieri. La lotta infuriò a lungo sul Polesine con scontri alle alte quote e gli americani persero subito cinque P-38, abbattuti dai Tenenti Talamini, Levrini, Rosati, Lugari e Sajeva, mentre due B-24 vennero attribuiti ai sottufficiali Veronesi e Marconcini. Altri due caccia americani vennero considerati quasi certamente perduti e attribuiti uno al Cap. Visconti, l'altro al S.Ten Cucchi che esordiva vittoriosamente col 1° Gruppo, dopo il suo rientro in Italia da un campo d'internamento della Polonia in cui si trovava dal settembre 1943. (...) Perse la vita nello scontro il giovane Serg. Magg. Capatti caduto nei pressi di Argenta, sua città natale. Il suo Macchi cadde quasi di fronte agli occhi dei genitori che assistevano con altri civili alla dura lotta che si svolgeva nel cielo.(...) Nel corso del combattimento il S. Ten Sajeva che si trovava in catena con altri piloti della 1° squadriglia intenti ad attaccare in linea di fila una grossa formazione di Fortress, si accorse che l'impianto Dragher per l'erogazione dell'ossigeno era andato improvvisamente in avaria: tirò su alcune boccate a vuoto e notando l'immobilità del polmoncino di controllo si convinse, purtroppo, che era impossibile continuare ad operare ulteriormente nell'aria rarefatta degli 8.000 m. di quota. Aveva pochi secondi di autonomia a disposizione per portarsi a livelli più respirabili. Mise in affondata il 205 ed alla massima velocità cercò di riportarsi sui 4.000 m. dove l'ossigeno non è più indispensabile per la sopravvivenza. Giunto sui 5.000 m., con la prua rivolta verso Campoformido, avvistò, a quota leggermente inferiore, un Lightning solitario che faceva rotta a sud, in direzione cioè opposta a quella dei B-17. Forse era un caccia di scorta che aveva qualche avaria e tentava, come Sajeva, di riportarsi a casa. (...) Sajeva virò rapidamente, e si portò ben presto in coda al P-38 centrandogli al secondo attacco il motore destro che iniziò a lasciare una scia sfilacciata di fumo con conseguente perdita di velocità e di quota. Al terzo attacco l'aereo americano era praticamente inutilizzabile, non reagiva più e volava sui duecento metri di altezza col 205 che, a quota leggermente superiore, controllava ogni suo movimento. Sajeva non volle finire l'avversario limitandosi a controllare ogni sua mossa, un comportamento cavalleresco molto spesso presente nei piloti italiani. L'aereo americano compì alcune piccole virate a destra e a sinistra come se cercasse qualcosa a cui affidarsi per risolvere rapidamente una situazione certamente critica. Sajeva comprese le difficoltà del suo "nemico" e gli concesse un po' di respiro per facilitare le sue intenzioni, virando alla larga senza perderlo di vista. Improvvisamente, il Lightning tirò giù i flaps, diminuì ancora la velocità e atterrò a carrello retratto in un prato nei pressi di Massalombarda dove pascolava tranquillamente un gregge di pecore con due pastori. La gioia per la riuscita della manovra si manifestò sinceramente nel cuore del pilota italiano che cabrò per qualche centinaio di metri, compiendo un'ampia virata e "puntando" sull'ormai inoffensivo apparecchio nemico, nel tradizionale segno di saluto aviatorio".”

Non è facile dare un nome al pilota presumibilmente americano protagonista di questo atterraggio di fortuna, probabilmente nemmeno Sajeva lo seppe mai. Venne prelevato dai tedeschi e inviato in Germania, mentre il P-38, sempre secondo la testimonianza scritta di Nino Arena, fu trasportato dapprima all'aeroporto La Spreta di Ravenna poi in Germania. Unico dato assolutamente certo è che quel giorno gli americani persero solamente tre P-38, due del 1st FG, che furono reali protagonisti dello scontro, e uno del 154th Squadron Tactical Reconnaissance. Una stringata cronaca della battaglia aerea è rintracciabile nel libro "An escort of P-38's - The 1st Fighter Group in World War II" di John Mullins. Vi si legge che nella missione del 28 marzo il 27th FS fu affrontato separatamente da circa venticinque caccia nemici quaranta miglia a sud di Venezia; nella battaglia, durata 'mezz'ora, vennero abbattuti i Tenenti James L. Rodolff (P-38 H Serial Number 42-67067) e Kenneth E. Hartwig (P-38 H serial Number 42-67035), mentre gli americani dichiararono due vittorie certe ed una probabile. In definitiva, lo scontro determinò la perdita di due Lightning e di due Macchi, ed i due piloti americani riuscirono entrambi a salvarsi; catturati, terminarono la guerra allo Stalag Luft 1 a Barth-Vogelsand. A scapito di quanto abbiamo asserito nella prima edizione del ns. libro Aerei Perduti, è altamente probabile che il P-38 abbattuto da Sajeva sia atterrato presso la cittadina di Sant'Alberto (e non presso Massalombarda) e sia proprio uno dei dei caccia di scorta del 1st Fighter Group andati perduti quel giorno. Nuovi documenti e testimonianze emerse in questi anni, unitamente ad una obiettiva comparazione degli orari degli scontri permettono una plausibile ricostruzione degli eventi.

Il primo Lightning ad essere abbattuto, secondo i rapporti americani, fu un velivolo del 154th Squadron Tactical Reconnaissance guidato dal 1st Lt. Dalphon C. Kenney (P-38 H Serial Number 42-67093) che "potrebbe" essere stato intercettato in alto adriatico mentre era già sulla via del ritorno. In questo caso si tratterebbe del "ricognitore fotografico in volo nel Golfo di Trieste" citato da Arena. Secondo i claims tedeschi, dovrebbe essere stato abbattuto dal Maresciallo Francesco Tonello alle 10,30.

In base alle fonti e documentazioni ritrovate, i luoghi di caduta degli altri due Lightning vanno collocati nella parte settentrionale della provincia di Ravenna e non nel Polesine. I primi fondamentali documenti sono due veline della Guardia Nazionale Repubblicana conservate in Archivio di Stato a Ravenna datate 28 marzo 1944 nelle quali si riportano che in quella data, alle ore 12,30, in località "Asseligne di S.Alberto atterrava aeroplano caccia bimotore americano". La velina successiva riporta che il pilota veniva catturato lo stesso giorno alle 20,45. Si tratta senza alcun dubbio del P-38 atterrato in località "Le Saline" (situate nel territorio attualmente chiamato "cassa di colmata del Lamone", notare la storpiature del nome, nda) del quale fortunatamente è giunta fino a noi la foto che pubblichiamo per la prima volta.

I documenti tedeschi sugli aerei alleati abbattuti nei territori da loro occupati sono precisi nell'affermare che in data 28 marzo 1944 due Lightning sono caduti nel territorio di Ravenna: dei due, uno è finito in mare, presumibilmente a poca distanza dalla costa. E’ obiettivamente impossibile stabilire quale dei due piloti del 1st Fighter Group sia atterrato presso Sant'Alberto e chi si sia lanciato in mare, dal momento che entrambi furono presi prigionieri. Resta invece alquanto improbabile che il pilota costretto all'atterraggio da Sajeva sia finito a Massalombarda come riporta Nino Arena.

L'ultima testimonianza è rintracciabile nel libro "E’ cafè d'Caì", le memorie dell'alfonsinese Antonio Pagani curato dal prof. Luciano Lucci. in esso viene descritto lo scontro del 28 marzo 1944 che si svolse anche sui cieli di Alfonsine:“Dall'entrata in guerra degli Stati Uniti non mancava giorno che non passassero formazioni di fortezze volanti sopra il cielo di Alfonsine. I caccia Lightning scortavano questi bombardieri fino alle zone industriali della Germania, dove sganciavano il loro carico di bombe. La rotta che seguivano era quella che dal sud dell'Italia liberata portava, seguendo la costa adriatica, sino agli obiettivi già prefissati, e quindi passavano ad est di Alfonsine, proseguendo verso il nord, sul mare e le valli di Comacchio. Nella nostra zona ci furono pochissimi attacchi aerei dei caccia tedeschi, ben riconoscibili perchè di colore nero, ma un giorno sulle quattro del pomeriggio, dall'argine del fiume dove noi ci riparavamo, assistemmo ad uno scontro fra un Messerschmitt e un Lightning. L'aereo tedesco riuscì ad accodarsi al caccia statunitense e, colpendolo ripetutamente ad un motore, arrivò ad abbatterlo. Il pilota americano riuscì lo stesso ad atterrare, anche senza carrello. Si fermò a cinquanta metri da una casa contadina in un terreno arato, uscì fuori illeso e si dileguò nelle campagne; sapemmo poi che fu catturato a Sant'Alberto dai Carabinieri di quel paese. Noi riuscimmo ad arrivare in bicicletta fino all'aereo abbattuto, guardammo dove era stato colpito, ci affacciammo alla cabina e ci rendemmo conto che era predisposto per essere guidato da un solo pilota, e che, vicino ai comandi, a portata di mano, c'erano anche le leve per far funzionare le armi di bordo che uscivano all'esterno della cabina: quattro mitraglie installate nell'apparecchio. Stavamo per tornare a casa, avevamo percorso solo cinquecento metri che arrivarono delle camionette tedesche, ma noi potemmo continuare indisturbati il nostro cammino sulla via del ritorno.”

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